Le storie di eroi sconosciuti spesso ci commuovono profondamente perché mettono in luce il coraggio e l'audacia di fronte alle avversità. Questi racconti ci ricordano che il vero altruismo spesso proviene da persone comuni che compiono atti straordinari senza cercare riconoscimenti, fama o ricompense.
Quando si parla di "eroi senza nome", ci sono diverse storie e racconti nella narrativa contemporanea che meritano di essere menzionati. Questo è uno di quelli.
Per i suoi amici, il protagonista di questa storia (che chiameremo con il nome "inventato" di Pavido), era un ragazzo semplice, goffo e anche un po' fifone. Non riusciva mai a completare ciò che aveva iniziato e beveva acqua direttamente dalla bottiglia con tanta storditaggine che sul tavolo davanti a lui si formava una vera e propria pozzanghera. Quando passava accanto a un mobile, rovesciava una sedia o urtava contro uno spigolo.
Le scarpe gli duravano poche settimane. Riusciva a consumarle come se avesse partecipato a una lunga maratona. Spesso gli occhi erano arrossati o lucidi, e lo sguardo appariva vitreo, fisso nel vuoto o perso. I suoi movimenti erano lenti e poco coordinati. Sembrava che Pavido si fosse appena svegliato o stesse lì lì per addormentarsi. Si vestiva in modo buffo, con i pantaloni aderenti alle gambe, la giacca era di almeno due misure più piccole della sua taglia. La gente pensava che mangiasse molto, ma lui detestava il cibo.
Pavido aveva un animo nobile e sognava di diventare un cavaliere errante. Nel suo immaginario, indossava una splendente armatura, in sella a un destriero bianco come la neve. Un cavaliere che galoppava per il mondo, compiendo gesta eroiche e salvando i deboli e gli indifesi, proprio come l'iconico Don Chisciotte che lotta contro i "mulini a vento" pur di rimanere fedele ai propri sogni.
Credendo che il suo nome non fosse adatto a un cavaliere, Pavido si considerava un cavaliere senza nome. Snello e bello nei suoi sogni, ma quando si avvicinava allo specchio, vedeva una realtà che gli risultava assai sgradita, poiché non sopportava il suo riflesso.
Nel suo tempo libero, Pavido si recava al museo che aveva una sala dedicata ai cavalieri medievali e alle loro armi. Spade e armature, montate su manichini a cavallo per ricreare parate o battaglie in movimento. Di nascosto dal custode, il ragazzo toccava gli oggetti esposti. I cavalieri sembravano esseri viventi ai suoi occhi.
Le cose a scuola non andavano tanto bene per il nostro protagonista. Goffo nelle lezioni di Educazione Fisica, nelle interrogazioni di italiano e matematica rimaneva spesso in silenzio. A una festa scolastica di fine anno, in cui a Pavido era stato affidato il compito di recitare una poesia, andò malissimo. Nonostante si fosse esercitato per giorni, non riuscì a superare il nervosismo né a terminare la sua poesia.
Oramai Pavido si era rassegnato al suo destino di perdente. Si incolpava di tutto e cercava di migliorare, ma niente sembrava funzionasse. Come accadeva sovente nella quotidianità, a casa rompeva le tazze e a scuola rovesciava l'inchiostro.
Un giorno, in una fredda giornata d'inverno, si verificò un episodio.
Pavido stava camminando sulla riva di un lago ghiacciato assieme al suo amico Baldo, quando improvvisamente sentirono un urlo proveniente dal centro del lago. I due si girarono di scatto e videro che il ghiaccio si era rotto e che un bambino stava annegando.
Senza pensarci due volte, Pavido corse verso il bambino, attraversando coraggiosamente il sottile strato di ghiaccio. Non gli importava dei piedi gelati o del rischio di annegare; il suo obiettivo era salvare il bambino. Pavido riuscì a tirarlo fuori dall'acqua. Dopo aver affidato il piccolo spaventato all'amico che era rimasto fermo sulla riva, tornò a casa a fatica.
Il giorno seguente, l'assemblea scolastica rese omaggio al salvatore, ma non si trattava di Pavido, bensì del suo amico Baldo, che si prese tutti gli applausi del pubblico. Pavido rimase in disparte, con la sua solita giacca troppo stretta e lo sguardo perso nel vuoto. Qualche settimana dopo, però, mentre camminava vicino al museo, incontrò per strada il bambino che aveva salvato insieme alla madre. Il piccolo si fermò, indicò Pavido e disse alla madre che era stato lui a salvarlo. Con le lacrime agli occhi la madre lo ringraziò.
Baldo aveva ricevuto la medaglia, ma il bambino e sua madre sapevano chi fosse il loro vero cavaliere. A Pavido bastava quello.
Quella sera, tornando a casa, si guardò allo specchio. Per la prima volta, la sua immagine non gli fece paura. Non aveva una lucida armatura. Nei suoi occhi riflessi, però, vide finalmente ciò che era sempre stato: un vero cavaliere. Senza nome, sì, ma con un cuore d'oro.

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